Accade ancora oggi che i cinici (amanti del ciclismo) per il ciclismo (e solo per quello, o quasi) dimentichino di essere cinici. Dimenticano o fingono di dimenticare. Comunque assistono, tifano e, tanto per buttare un po’ di scontatezza (con scuse doverose a Paolo Conte), si incazzano. Non, però, con i francesi (sarebbe difficile, agonisticamente parlando, farlo in questi periodi), ma con i consueti rivali, di stampo e di razza. Perché, fra un Frigo ed un Riccò, c’è ancora chi si esalta per l’attesa del Grammont o per il finale spezzagambe di Liegi. In perenne contrasto con chi “è sulle tre settimane che si vede il campione, volate a parte”. Ed allora, se non fossimo su Happy Days Are Here Again (al quale già rubo spazio), mi metterei a spiegare la differenza fra talento (in proporzione alle classiche) e campione (riferito ai grandi giri). Con la consapevolezza che il campione non sempre ha ettolitri di talento. Come non sempre la classica decide di offrirsi alla purezza, preferendo talvolta la casualità di turno.
Tuttavia, io, strenuo difensore della Freccia Vallone contro qualsiasi Vuelta, sono fra i tanti che aspettano Luglio, sperando non ci sia in contemporanea un Campionato Del Mondo Di Calcio negli Stati Uniti. Perché Luglio -brutto mese, afoso e caldo- porta il Tour, che è sì un grande giro, ma, per dio, è pure una classica (con buona pace di Zomegnan). E’ una classica per il Tourmalet, il Galibier e l’Alpe D’ Huez, ma anche per i Campi Elisi, che quasi riescono a farti appassionare ad una volata. Inoltre, per quelli della mia generazione ormai trentenne, è una classica per gli articoli di Gianni Mura su Repubblica, dove il ciclismo è. Ma non è tutto. Per arrivare al tutto devi sapere di vini e formaggi, di qualche Gauloises spenta in mezzo alla campagna e di una canzone di Yves Montand che, sommata ad altre affini per attitudine, a molti farebbe dire che palle. Non a Mura e ai suoi amici. Presumo nemmeno a noi che ancora ascoltiamo ogni uscita Constellation. Differenza di stile a parte, qualche similitudine io la trovo. Un brano come Le Chant De La Libèration Efrim Menuck saprebbe come portarlo nei Silver Mt Zion.
Comprenderete, allora, che l’uscita de La Fiamma Rossa del Signor Mura Gianni (milanese, classe ’45), per qualche pseudo romantico post cinico (come chi scrive) un valore lo ha. E non piccolo. Lo ha perché lo pseudoecc.ecc. può rileggere frasi e racconti (mi perdoni il giornalista, ma alcuni pezzi quello sono) intransigenti nel richiamare immagini e personaggi. Lo ha per la descrizione dei luoghi, per le citazioni, per i rimandi. E, doveroso scriverlo, per la bellezza della parola su carta. Cosa rara, oggi, in certo giornalismo. E non solo sportivo. Cosa rara, forse, perché una volta c’erano i suiveurs. Mentre oggi si vive di prècèdeurs.
Così ecco il primo Mura –inviato per La Gazzetta Dello Sport dal ’67 al 72-, a tratti sorprendentemente istintivo. E quello più vicino a noi- dal 1991 ad oggi, per Repubblica-: conosciuto, a volte duro, sempre rispettoso della bicicletta (meno, in alcune occasioni, di chi vi sale sopra, ma è altra storia). In comune, fra i due periodi, la macchina da scrivere. O l’assenza del computer se preferite.
Fisiologicamente arriva la tragedia di Simpson (e poi il sole lo ha preso. Non si sa se quello vero o un altro sole interno chimicamente deflagrato, un cuscino di fuoco intorno al fuoco. E non mi interessa conoscerne la cosiddetta verità. Un uomo morto è più vero di tutte le verità a posteriori) descritta con parole primigenie se parliamo di presunto doping, eppure più attuali di tanti odierni peana retorici. Ed ancora personaggi in potenza minori, come Stablinski e Vandenberghe, miti canonici alla Merckx o stravaganti modello Poulidor. Mentre Anquetil resta temporeggiatore. E via, poi, da LeMond ad Armstrong, con il dramma Pantani (forse anche personale per la fiducia data in partenza) ed i terremoti nati con la Festina ed ancora in fase di assestamento.
Tutto ciò, si intende, facendo riferimento alla corsa su strada. Perchè, va ribadito, il resto è la Francia. Come la voce di Edith Piaf, le Gauloises senza filtro, il pastis, la baguette e forse il sorbetto al cassis. La Francia dei poeti, degli chansonniers, dei giocatori di pètanque sotto i platani, dei campi di girasole a perdita d’occhio, delle chiatte lungo i canali, delle città con luce speciale.
Questo è il Tour (quindi la Francia) di Gianni Mura, scritto fra Endrigo, Paolo Conte e distinti chansonniers. Un qualcosa in cui perdersi. O nel quale, quantomeno, vorremmo poterci ancora perdere.
La fiamma rossa (la flamme rouge) è una bandierina triangolare che segnala gli ultimi mille metri di corsa. E’ comparsa per la prima volta nel Tour De France del 1906 e da allora non è solo rimasta sulle strade del Tour, ma si è moltiplicata su quelle del Giro, della Vuelta, delle classiche…….La fiamma rossa può essere una marcia trionfale o un calvario.
Nella maggior parte dei casi, comunque, la fiamma rossa è l’ingresso nel territorio dove tutto è possibile.
La Fiamma Rossa. Storia e strade dei miei Tour- Gianni Mura- Ed. Minimun Fax
Yves Montand-Le Chant De La Libèration
Caro Marco, tu non rubi proprio niente, sei una delle ragioni per le quali questo blog esiste e leggerti è sempre un piacere immenso.
lasciatemi correre in libreria, perdio.
un grazie a delso da un cinico.
senza dimenticare Brera e Buzzati!
si leggerà con un po’ di amarezza!