E’ da un paio di giorni che “Walkin Man” di Seasick Steve mi sta perseguitando e devastando l’anima.
Per avere maggiori informazioni su Seasick Steve e sull’album (“I Started Out With Nothing And I Still Got Most Of It Left”) dal quale è tratto il singolo “Walkin Man” vi consiglio di leggere questa bella recensione.
Dietro il moniker Run On Sentence si nasconde Dustin Hamman, stravagante personaggio legato alla scena indie folk della solita Portland. Accompagnato, spesso, da un variabile numero di amici, Dustin deraglia fra frustrazioni, fragilità ed insicurezze altamente alcoliche. In luoghi dove la frenesia è ombrosa come nelle migliori post sbronze. E “The Afterlife Pt. I” sembra riscoprire l’immaginario dei Neutral Milk Hotel.
In passato sodale di personaggi come Beirut e A Hawk And A Hawksaw, oggi Brandon Bethancourt aka Alaska In Winter, cambia abbastanza radicalmente le carte in tavola e torna con un nuovo album, “Holiday”, in cui il “folk” del passato è virato verso un elettro-pop altamente sintetico e in cui anche la voce, a volte, è filtrata dal vocoder. Superato un primo momento di spiazzamento, non è però poi così difficile trovare un piccolo spazio a queste canzoni leggermente sognanti, sottilmente pervase da un sentore di new wave, nonché da una filigrana malinconica. Rimangono dei punti di contatto con Zach Condon comunque; non con le cose che fa come Beirut, ma sicuramente con quelle che faceva come Realpeople. E chi conosce il suo ultimo doppio EP sa di cosa parlo.
Monotreme è un’etichetta con sede a Londra e ha nel proprio catalogo, tra gli altri, album di 65daysofstatic (potete scaricare “Retreat! Retreat!”, brano dal vivo tratto dal loro nuovo album “Escape From New York”), Barzin, The Low Lows, Jeniferever, Thee More Shallows, Picastro, Okie Rosette.
“Snakes in the Woodpile” (uscito a fine 2008 per Pandafuzz) è una descrizione, accurata, dell’autunno nel Maryland, precisamente a Cecil County, dove Nathan McLaughlin e Stephen Tyler si sono fermati per qualche tempo, affitando un casolare diventato, poi, sala prove.
Una descrizione, scrivevamo: strumentale e malinconica, fatta di arpeggi, lievi percussioni e sussurri elettronici. Con lo sguardo verso il David Pajo acustico, gusto alla Books e sentori di Labradford. In silenzio, con una certa pigrizia nel sonnolento approccio ambientale, rivisitato sempre alla moviola. Da gustare seduti e senza frenesie contemporanee in circolo.
Giuseppe (seguendo l’indirizzo sicuro della Badman Recording Co) aveva già presentato i Weinland. All’epoca il riferimento era l’album “La Lamentor“, apprezzato da pubblico e critica grazie ad un approccio alt-country/folk debitore di Neil Young senza, per questo, cedere qualcosa in personalità. Oggi la band di Adam Shearer esce con una nuova fatica, “Breaks In The Sun“. Ed il dubbio che il plauso passato sia stato troppo trattenuto affiora con decisione.
Introspezione autorale, intimità come scelta, speranze perse (ma chissà…le canzoni di questo disco nascondono un ottimismo prima nemmeno sfiorato), ricercatezza strumentale nella tradizione. Fra le cose migliori uscite da Portland negli ultimi anni. Brandon Roy compreso.
Eric Margan ha soltanto ventidue anni ed è, nonostante la giovane età, un autore dal talento sconfinato e un compositore maturo, che sa quello che vuole.
Il suo album d’esordio, intitolato “Midnight Book”, ci fa compiere un autentico tuffo nel passato e ci proietta in un’epoca in cui gli album erano prodotti e arrangiati con una cura maniacale. Mentre oggi tutti sembrano esaltarsi al cospetto di registrazioni vergognose, volutamente o meno lo-fi, Eric si misura con i mostri sacri della musica pop d’autore degli anni ’60 e con l’aiuto di una sezione di archi e di fiati trasforma le sue canzoni quasi in solenni composizioni da camera.
Lungo tutto l’album si respirano atmosfere classiche e da fumoso jazz club di provincia e la voce stupenda di Eric dona alle canzoni quel tocco di drammaticità in più, che le rende indimenticabili.
Un esordio davvero eccellente.
Jamie Clarke (voce/chitarra) e Marc Gallagher (batteria), da Dublino con un Ep, “Fragile Things“, non ancora completamente a fuoco, ma ricco di spunti interessanti. Siamo dalle parti dell’indie folk acustico pronto a strizzare l’occhio ad un pop nevrotico nelle atmosfere. Nel dettaglio: la title track (un pò alla Settlefish di “The Plural Of Choir“) ed il video di “Vacant Hearts“.
Il vostro cuore è spezzato e cercate di affogare i vostri dispiaceri nell’autocommiserazione? Non siete gli unici, c’è qualcuno che soffre più di voi. Ma invece di piangere in silenzio, questo qualcuno imbraccia una chitarra e trasforma i patemi d’animo susseguenti alla fine di una relazione amorosa in canzoni pop arrangiate alla perfezione e dall’alto tasso melodico. Si chiama Jason Bajada. E’ un giovane cantautore, viene da Montreal e il suo album è intitolato “Loveshit” (Maple Music Recordings).
Adesso continuate pure ad autocommiserarvi, ma cercate conforto nella musica di Jason Bajada. Non ve ne pentirete.
Viennesi, presentati dalla Valeot Records (la stessa label dei qui molto apprezzati Tupolev), in bilico fra emozionalità post e deragliamenti math. I brani del loro esordio sulla lunga distanza, “Antenne” (uscito il 9 Aprile), più che ad una lunga cavalcata appaiono affini ad un collage strumentale senza soluzione di continuità ed ostile a qualsiasi concetto legato alla monotonia. In breve: alto cerebralismo e presumibile impatto fisico. Da seguire con attenzione.
È da poco disponibile sul sito della benemerita netlabelAerotone (la stessa di Entertainment For The Braindead) il primo album di un duo tedesco che si fa chiamare Anois e propone una fresca miscela di folk-pop da cameretta, che non disdegna timide incursioni elettroniche e modulazioni sonore delicate e sognanti. Il duo, formato da Lars Kranholdt e Anne Bayer, già qualche tempo fa aveva deliziato le orecchie dei più assidui pionieri di una musica a cavallo tra intimismo cantautorale, essenzialità melodica e folk-tronica casalinga con un Ep pubblicato dall’altra netlabel Poni Republic e con altre collaborazioni sparse, tutte legalemnte reperibili in rete.
L’album, intitolato Tree House Whispers, rende abbastanza bene l’idea delle potenzialità della band e dell’eterogenità della sua proposta musicale, in tredici tracce timidamente romanitche, ideali per le umide e sonnacchiose giornate di un’incerta primavera nordica.
Dal Canada arrivano sempre piacevoli sorprese. Questa volta è il turno dei Mixylodian (band proveniente da Montreal) e del loro indie pop sbarazzino e danzabile, fatto di (tante) tastiere, ottimi intrecci vocali e melodie contagiose.
L’anno scorso i Mixylodian hanno pubblicato “The K EP” (dal quale è tratto il brano “River Of Milk”) e in questi giorni è in uscita il loro nuovo singolo “Fairly Well”.
Semplicemente adorabili!
Nato come moniker di Simon (già violino per Luis Francesco Arena), a cui si aggiungevano di volta in volta amici diversi, oggi il progetto The Wedding Soundtrack comprende ufficialmente anche Clèment (chitarra e voce) e Mathilde (batteria). Siamo dalle parti di un (anti) folk a contatto con la bassa fedeltà: un po’ nevrotico, un po’ malinconico e un po’ cazzone. Con la dovuta sintesi ed il giusto approccio post sbronza. Il loro nuovo album, “Na Na Na Ro“, è uscito per Another Record nel 2009.