Cowboy Junkies

Sono passati quasi venticinque anni dal fulminante esordio “Whites Off Earth Now!!” e la band dei fratelli Timmins continua ancora a deliziarci nel suo percorso artistico, affascinante tentativo di rinnovare la tradizione americana arricchendosi di nuovi linguaggi. Il nuovo album dei canadesi è l’inizio di un ambizioso progetto musicale denominato “The Nomad Series”, che vedrà nei prossimi diciotto mesi l’uscita di ben quattro album, tra i quali un tributo alle musiche del compianto Vic Chesnutt. “Renmin Park” (Latent Recordings) è il primo dei volumi e parte da un viaggio in Cina e l’incontro con oscuri musicisti locali. Il risultato è un elegante incontro di culture al servizio delle inconfondibili melodie narcotiche dei “Junkies”, non certo world music in senso stretto, ma uso intelligente e misurato di strumenti tradizionali cinesi perfettamente integrati al suono classico della band ed a supporto della sempre magnifica voce di Margo Timmins. Qua e là fanno capolino alcune bizzarie elettroniche come nell’ acida “Sir Francis Bacon At The Net”, o il chinese dub di “A Walk In The Park”, curiosi momenti sperimentali che fanno deragliare il disco verso territori imprevedibili.
Originali, versatili e con una gran voglia di battere nuove strade, senza dimenticarsi della malinconia, tradotta in intime e struggenti ballate, caratteristica che li ha resi un gruppo unico e magico in tutti questi anni.

MP3 Cowboy JunkiesI Cannot Sit Sadly By Your Side


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Dirtmusic (Brokaw/Eckman/Race) – BKO

Una valigia da ritirare al nastro bagagli, porta la scritta BKO, all’interno sono conservati i momenti unici e speciali di tre musicisti giramondo al ritorno da un’esperienza che cambierà le loro vite. Un mese è passato dal loro arrivo in Mali, inizio di un percorso umano e musicale che dalla capitale Bamako li porterà fino al Festival du desert a Essekane, ad un passo dall’eldorado magico di Timbuktu. E come in ogni viaggio importante ci sono gli incontri, quelli casuali che per magia producono la scintilla capace di generare la bellezza, come avvenuto con Ousmane Ag Mossa e i suoi Tamikrest, giovane band Tuareg, figli legittimi dei Tinariwen, una session spontanea nata sotto la loro tenda e completata in dieci giorni nel leggendario Bogolan studio fondato da Ali Farka Tourè. Finalmente a quasi un anno di distanza e a due dal precedente album dei tre, arrivano queste dieci perle, nove originali e una clamorosa rilettura del classico dei Velvet Underground “All Tomorrow’s Parties”. Rispetto all’esordio ciò che colpisce è che Dirtmusic è diventato un vero e proprio gruppo, i brani non riportano più alle esperienze dei singoli, il lavoro è collettivo, fluisce meravigliosamente, dall’ipnotico groove di “Black Gravity” in apertura, al funk polveroso di “Ready For The Sign”, passando per il mantra lisergico della fantastica “Desert Wind” e arrivando al banjo di Chris Brokaw in “Unknowable”, capace di fondere le suggestioni dei deserti africani con quelli americani spingendo il nostro viaggio sempre più a sud seguendo le rive del grande fiume in “Niger Sundown”, capolavoro del disco, insieme perfetto di esoteriche suggestioni che scavalcano ogni possibile confine. Niente finisce, tutto rimane, alcune cose apparterranno ai ricordi indelebili di una grande esperienza, la sintesi perfetta è nella conclusiva “Bring It Home” che arriva a concludere un disco prezioso, unico e irripetibile.
Non scaricate questo disco, la confezione e il libretto sono parte fondamentali per affrontare il viaggio con Dirtmusic, inoltre c’è un bonus dvd con documentario e video inediti.

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Gil Scott-Heron

Custodivo un piccolo sogno nel cassetto, potere ancora riascoltare la voce di Gil Scott-Heron dopo averla lasciata ormai 15 anni fa con quella meraviglia che fu “Spirits”, testamento spirituale dopo una storia artistica controversa, a tratti esaltante quando tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70 mise la firma su canzoni destinate a rivoluzionare per sempre la musica afro americana e il suo linguaggio espressivo. “The Revolution Will Not Be Televised”, “Johannesburg”, “The Bottle”, funk, soul e jazz mescolati ha sostegno di uno stile nuovo, lo spoken word, parole scagliate come bombe contro l’ipocrisia della classe media, critiche feroci ai mezzi di comunicazione e al finto perbenismo, uno sguardo lucido sulla deriva delle periferie dell’impero. Poi un lento declino, troppo scomodo per l’industria musicale, un abisso di droga e violenza con improvvisi lampi di lucidità come nell’immensa “Message To The Messengers”, dove fotografava la banalità del nuovo hip hop: “Le parole di quattro lettere o quelle di quattro sillabe non ti faranno diventare un poeta, mostreranno solo quanto sei superficiale e tutti lo capiranno”.
Oggi è tornato (“I’m New Here – XL Recordings) con il rischio di trovarsi totalmente spaesato, tutto cambia velocemente, tecnologie, media, comunicazione, solo la miseria resta uguale e allora tanto vale farci i conti partendo da “Me And The Devil”, il classico di Robert Johnson riletto per come dovrebbe suonare il blues nel ventesimo secolo,” illbient”, beat scuro e profondo. A seguire il folk della title track “I’m New Here”, direttamente dal repertorio di Bill Callahan e i suoi Smog; un altro omaggio al soul più struggente é la rilettura di “I’ll Take Care Of You”, si prosegue con il gospel infernale di “New York Is Killing Me”, per poi chiudere il discorso con “On Comin’ From A Broken Home”, struggente memoria d’infanzia.
Un disco breve, in quasi mezz’ora si condensa l’inferno e la redenzione, la paura e la speranza affidata all’amore di un uomo capace di tenere un piede nella bellezza e uno nell’inferno.

MP3 Gil Scott-HeronI’m New Here


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We Are Only Riders – The Jeffrey Lee Pierce Session Project

Era il 1992 e in una delle ultime reincarnazioni “Ramblin” Jeffrey Lee Pierce fece uscire un album in collaborazione con il chitarrista Cypress Groove e il batterista Willie Love, sentito tributo al blues delle origini, amore assoluto fin dai primi passi, quasi un testamento spirituale completato da “Lucky Jim”nel 1994, ultimo graffio dei suoi Gun Club prima della sua prematura scomparsa a soli 38 anni.
Come spesso accade il mito attorno alla figura dell’inquieto vagabondo cresce a dismisura dopo la sua morte, fino a diventare un’autentica icona per nutrite schiere di fan e musicisti.
Ora, proprio grazie all’intuizione di Cypress Groove, che trovando nella sua soffitta un nastro registrato proprio in compagnia di Jeffrey, ha deciso di coinvolgere amici o semplici estimatori in una grande session dove risuonare quelle musiche in gran parte inedite.
Il risultato è superbo, le anime coinvolte sono talmente vicine allo spirito di Jeffrey Lee Pierce che quasi non sembra di trovarsi al cospetto di un disco tributo, ritrovare Nick Cave, sentirlo duettare con Debby Harry, suonare ancora insieme a Mick Harvey, Barry Adamson e Kid Congo Powers come nei momenti migliori dei Bad Seeds è emozione pura, ascoltare Lydia Lunch perfettamente a suo agio nel cantare la desolazione dell’East Village di New York in St. Mark Place o Mark Lanegan accompagnato da Jeff Zentner, ormai pronto a diventarne il suo naturale erede.
Tra gli episodi più riusciti troviamo ancora Zentner stavolta in compagnia di David Eugene Edwards, sempre l’ex 16 Horsepower presta la voce ai Crippled Black Phoenix in “Just Like A Mexican Love”, i Raveonnettes in una tossica versione di “Free To Walk” e per concludere l’ensemble del catartico finale di “Walkin’ Down The Street” con il contributo di Dave Alvin alle chitarre.
Un disco che rimarrà a lungo, canzoni che rimarranno per sempre, un patto con il diavolo e un debito da pagare ad una delle figure più tormentate e affascinanti del rock americano.
Nel libretto allegato al cd i contributi di Henry Rollins e Wim Wenders.

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Jay Farrar & Benjamin Gibbard – One Fast Move or I’m Gone

“Non v’è tempesta silenziosa e tremenda come la tempesta interiore”.

Sulla costa californiana, ad un passo da San Francisco, stretta tra i monti di Santa Lucia e l’oceano pacifico c’è Big Sur, sogno e speranza della giovane america tra gli anni 50’ e 60’, luogo di pellegrinaggio da quando il guru Henry Miller decise di trasferirsi portandoci le proprie ossessioni anarco-dadaiste e da quando Jack Kerouac gli dedicò l’omonimo romanzo.
Ed è proprio attorno alla leggenda del luogo e dello scrittore che il regista Curt Worden realizza la pellicola “One Fast Move or I’m Gone”, ricostruendo grazie al contributo di chi c’era e di chi avrebbe voluto esserci (Tom Waits, Patty Smith) la magia di un’estate del 1961 quando in dieci giorni Jack Kerouac scrisse sotto l’effetto della benzedrina su un unico rotolo di carta telescrivente quello che sarebbe diventato il romanzo della fine di un uomo, il temine ultimo di un viaggio iniziato in giovinezza “sulla strada” con tutte le speranze e naufragato nell’ infinita tristezza dellla sconfitta un decennio dopo.
Il commento sonoro è affidato – non come ci si sarebbe aspettati – alle pulsioni be-bop e hard-bop del jazz tanto caro all’autore, ma a due “troubadours” della canzone tradizionale: Jay Farrar, leader insieme al più fortunato Jeff Tweedy dei Wilco prima di Uncle Tupelo e poi dei Son Volt e Benjamin Gibbard dei Death Cab for Cutie, che proprio a Big Sur registrarono il loro magnifico album “Narrow Stairs” nel 2008.
Il disco si apre timidamente con il caldo timbro vocale di Gibbard e la splendida pedal-steel di Brad Sarno a disegnare melodie leggere e piene di speranza, che presto lasceranno da prima spazio alla malinconia e via via sempre a più cupe visioni perfettamente cantate dalla dolente voce di Farrar, concludendosi nella disperata meraviglia di “San Francisco”, ritorno definitivo nell’oscurità, la stessa che si respira nelle pagine conclusive del romanzo.
Quasi interamente acustico, due chitarre, lap steel, piano e armonica, un suono essenziale che si muove in un territorio immaginario dove folk, blues e country convivono splendidamente come nella natura attorno a Big Sur, dove unico posto al mondo, i cactus crescono al fianco delle sequoie.
Difficile arginare il flusso di coscienza di Kerouac nella rigida metrica di una canzone, ma è efficace il cut-up che i due operano, senza nulla togliere alla forza del pensiero di uno dei più importanti scrittori del ’900.
Magico, poetico e di struggente bellezza il risultato.
Un altro viaggio a Big Sur ? Ne vale la pena!

A Fernanda Pivano

MP3 Jay Farrar & Benjamin Gibbard – One Fast Move Or I’m Gone


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Rachel Harrington

Arriva da un piccolo paese dell’Oregon uno dei tesori meglio custoditi del country bluegrass americano. Rachel Harrington aveva colpito per quel fulminante esordio titolato “The Bootlegger’s Daughter” un paio di anni fa, meritandosi l’attenzione del leggendario speaker della BBC Bob James, che segnalò il disco come uno dei migliori dell’anno, a ruota arrivò anche il riconoscimento della critica europea e un successo di pubblico crescente.
Il nuovo “City Of Refuge” (Skinny Dennis Records) incanta, lascia sorpresi per l’essenziale scelta di produzione, scarna e acustica. Violino, banjo, mandola, dobro sapientemente lavorati dal talento di David Ferguson, già dietro il banco negli american recordings III e IV di Johnny Cash.
Ballate dal gusto gotico, storie dal sapore antico trattato con moderno sentimento, Rachel canta le città fantasma del west americano, i tempi duri, arrangia con rara grazia traditional come “Old Time Religion” e “ I Don’t Want To Get Adjusted To This World”, inserendosi con grande personalità nel solco di Loretta Lynn, Emmylou Harris e Gillian Welch.
Ma se conservate dello scetticismo verso la musica tradizionale provate ad ascoltare l’ossessiva e struggente bellezza di “Angel Boy” e sono sicuro che lo spettro del reverendo David Eugene Edwards e dei suoi Sixteen Horsepower vi sembrerà molto vicino.

MP3 Rachel HarringtonAngel Boy


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Rachel Harrington

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Lhasa

Quando nel 1997 uscì la “La Llorona”, album d’esordio di una sconosciuta Lhasa immediatamente la stampa musicale gridò al miracolo, un’artista finalmente capace di cantare l’America Latina e gli Stati Uniti in una mescola di stili, interpretando in spagnolo country e melodie zigane, canzoni popolari e mariachi con uno stile unico, intimo e appassionato, caldo e potente. Quel lavoro così riuscito non fu un esotico incidente, la prova arrivò nel 2003 con il secondo “The Living Road”, dove il nomadismo linguistico la porta ad esprimersi con la stessa naturalezza in inglese, francese e ancora spagnolo senza perdere l’intensità e la forza espressiva del precedente lavoro ma, anzi, esplorando nuovi territori. Il disco ha un grande successo di critica e pubblico, segue un tour mondiale e notevoli collaborazioni con Tindersticks, Patrick Watson e Arthur H fino ad arrivare al premio come miglior artista delle Americhe nel 2005.
Ora, a quattro anni di distanza, arriva l’omonimo “Lhasa” (Audiogram/Nettwerk) definitivo abbraccio alle radici della musica americana, abbandonato il gusto latino si comincia il cammino verso l’essenza, spogliandosi completamente di ogni arrangiamento orchestrale rimane la semplicità degli strumenti acustici, una chitarra, un contrabbasso, una pedal steel e un’arpa, la ritmica minimale e primitiva delle percussioni accompagnano il viaggio. Country e gospel, folk e blues, melodie eterne e nostalgiche, appassionato tributo all’emozioni nel tempo regalate da Elizabeth Cotten, Odetta, Nina Simone e Karen Dalton.

MP3 LhasaRising


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Lhasa de Sela

Lhasa de Sela

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Tom Russell – Blood And Candle Smoke (Proper/2009)

Febbraio 2009, Tucson – Arizona, al Wave Lab Studios di Craig Schumacher comincia la nuova svolta artistica di uno dei più grandi cantori della cultura america. Tom Russell ha scritto pagine indimenticabili per Johnny Cash, Guy Clark, Dave Alvin e più recentemente K.D Lang ma non ha mai raggiunto un successo proporzionato al proprio talento. Ora vicino ai sessanta si rimette in gioco formando una band stellare con la voce di Gretchen Peters e i Calexico al gran completo.
Il risultato è uno splendido affresco della frontiera, le storie sono magnifiche visioni americane, dalle lotte sindacali di “The Most Dangerous Woman in America”, al misticismo religioso di “Guadalupe”, allo scorrere dei fiumi lungo gli stati e le città con il carico si storie e personaggi incontrati nel passaggio di “American River”, fino all’amore senza speranza di “Darkness Visible”.
“Blood And Candle Smoke” è un disco epico, dove country western e tex mex si fondono con la magia ricreata dall’inconfodibile tromba di Jacob Valenzuela e dalla voce profonda di Tom così vicina e simile a quella dell’indimenticabile “man in black”.

MP3 Tom RusselSanta Ana Wind


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Tom Russell

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Sam Baker – Cotton (Music Road Records/2009)

Sam Baker è un sopravissuto, sofferenza e dolore, fiducia e riscatto sono gli ingredienti del romanzo della vita del cinquantacinquenne texano.
Nel 1986 durante uno dei suoi viaggi in America Latina è coinvolto in un attentato del gruppo terroristico “Sendero Luminoso” che causò su un treno in Perù decine di vittime, Sam ne uscì vivo ma gravemente ferito alle gambe, ai reni e alla parte del cervello che controlla la parola.
Dopo una lunghissima riabilitazione torna alla vita affidando la memoria della sua esperienza alla musica, nel 2004 firma il suo esordio “Mercy”, seguito nel 2007 da “Pretty words” e ora chiudendo la trilogia della rinascita con questa meraviglioso “Cotton”.
Un canto strascicato che sa di frontiera e miseria, il sud duro e aspro che cerca la forza di ignorare le ingiustizie, un commovente attaccamento alla vita, la penna di Cormac McCarthy e il suono del maestro Townes Van Zandt, le struggenti ballate pianistiche che hanno la classe del Randy Newman dei tempi migliori, questo e tanto altro in queste tredici struggenti e traballanti canzoni di un grande e misconosciuto autore contemporaneo.

MP3 Sam BakerSigns


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Sam Baker

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Bill Frisell – Disfarmer (Nonesuch)

Mike Disfarmer* fotografò, negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, la gente di Heber Springs, cittadina rurale dell’Arkansas. Ritratti straordinari in gran parte recuperati insieme a 3000 negativi e migliaia di dollari in contanti dopo la sua morte nel 1959 da Joe Albright, ingegnere in pensione che comprò il suo studio in città.
Oggi le immagini di Disfarmer fanno parte della collezione fotografica del Museum of Modern Art e del Metropolitan di New York.
Alcuni anni fa Chuck Helm, direttore del Wexner Center of the Arts commissionò a Bill Frisell un contributo musicale di sostegno alle immagini e il chitarrista di Baltimora partì per un affascinante viaggio alla ricerca di quel suono che oggi abbiamo il piacere di ascoltare in questo disco.
In macchina attraversò dapprima il North e il South Carolina, la Georgia, l’Alabama, il Mississippi, si fermò a Clarksdale per rendere omaggio a Muddy Waters, Robert Johnson e Son House, attraversò il grande fiume fino ad Helena e poi ancora su finalmente ad Heber Springs.
Brevi ritratti acustici, affreschi dal sapore antico, il recupero della tradizione che finisce per essere quanto di più moderno possiate immaginare, steel guitars, mandolino, violino, contrabbasso, music boxes per un quartetto capace di ricreare perfettamente l’ambiente di Heber Spring, la terra da coltivare, la pesca epica, la famiglia.

Per ascoltare in streaming l’intero album clicca qui

MySpace: Bill Frisell
Website: Disfarmer

*Mike Disfarmer fu uno dei molti proprietari di piccoli studi fotografici attivi negli Stati Uniti.
Nato come Mike Meyers (che in tedesco arcaico significa “fattore”), l’artista rifiutò il mondo agricolo dell’Arkansas in cui nacque ed espresse il suo discontento nei confronti della sua famiglia cambiando il proprio nome in Dis-farmer.

Frisell