La Ninja Tune è stata per anni sulla cresta dell’onda con dischi elettronici di ottima fattura.
I coniugi The Long Lost, inquietante coppia di svitati, confezionano un disco omonimo ricco di filastrocche psichedeliche che potrebbero portare nuovamente notorietà all’etichetta.
L’atmosfera si mantiene su un registro onirico, tra chitarrismi bossanova spezzati, sporcati da un’elettronica mai invadente, e un’estetica degna di un film di Tim Burton.
Da questo mese Happy Days Are Here Again offre ai visitatori una compilation scaricabile con gli MP3 degli artisti recensiti nel mese precedente. Si è chiuso gennaio, ed eccovi la prima “Take it and Run”.
Esistono gruppi capaci di distinguersi e caratterizzarsi anche in generi molto battuti. Gli Hey Marseilles stanno monopolizzando i miei ascolti, tra le tante uscite che ripescano e rielaborano la musica folk.
L’anno appena trascorso ha visto in testa a moltissime playlist i Fleet Foxes e, anche su queste pagine, si sono segnalati molti gruppi di valore catalogabili come indie folk.
Gli Hey Marseilles arrivano da Seattle, sono in sette, non hanno il barbone ascetico e fanno canzoni splendide.
“To Travels & Trunks” si apre con le suggestive note di pianoforte di Marseilles: in un film ci sarebbe qualcuno che chiude una valigia e parte. Nel disco, la malinconia del distacco si alterna a momenti di esplosione circense e il tutto è ben calibrato.
La voce mi ricorda Mr. Stipe in alcune sfumature, ma gode comunque di una personalità forte. Ottimi gli arrangiamenti e mai eccessivi, nonostante gli strumenti a disposizione siano moltissimi, tra chitarre, archi, fisarmoniche e pianoforti.
I francesi Cornflakes Heroes sono sufficientemente sghembi da ricordare i maestri Pavement e, per alcune stralunatezze, i Moldy Peaches.
Canzoni di facile presa compongono Dear Mr. Painkillers che, pur essendo simile a “everything that has been done” (cit. dal loro sito), a tratti diventa davvero irresistibile (come Let Me Be Your Tamagotchi, motivetto da canticchiare e trombetta delle festicciole migliori).
Escono per la curata Greed Recordings, e partecipano a una bella compilation della webzine francese A Découvrir Absolument consigliatissima e gratuita.
Da Friburgo, Svizzera, arrivano i Beautiful Leopard.
Sometimes It Doesn’t Work è il loro secondo lavoro lungo, dopo comparsate su compilation e splitteria varia.
Indie rock, tra Grandaddy e i fratelli Kadane, fatto di struggenti melodie che rendono questo lavoro un delizioso salto negli anni ’90, sempre gradito in questi anni bui di frigide frangette.
Pezzi come Long Cold Winter, Sunset Beach Birds e, soprattutto, la meravigliosa Take Care Over fanno dell’album un piccolo gioiello.
Siamo ormai abituati ai dischi di cover, ma spesso si ha l’impressione che si tratti di operazioni ruffiane, poco sincere. Non è il caso di Feedback dei valenciani Polar.
Autori di dischi strepitosi, da Comes with a Smile all’ultimo bellissimo Surrounded by Happiness, sicuramente debitori alla tradizione Galaxie 500 (ben ricordata da Marco con i Desolation Wilderness), sono figliocci dei Bedhead e fratellini spagnoli degli Zephyrs.
Le canzoni qui ripresentate sono un omaggio sentito a tutto quello che può essere rintracciato nella loro musica: dai Galaxie ai Velvet Underground, dai Bedhead ai Dream Syndacate, passando per i Wire (strepitosa la loro versione di Outdoor Miner, peraltro già sentita in un disco di qualche tempo fa che raccoglieva diverse versioni del pezzo).
Il disco esce per la Jabalina e qui un assaggio.
Il miscelare atmosfere folk all’elettronica è diventata consuetudine in questi anni (i Tunng sono forse l’esempio migliore).
Ecco quindi i nomi di Jim O’Rourke, Fairport Convention e Barbara Morgenstern a descrivere le atmosfere di Na Na Ni, ottimo lavoro dei Fredrik. Gli svedesi posseggono però, rispetto al gran numero di gruppi in circolazione che si inserisce in questo filone, capacità malinconiche e canzoni da ricordare (1986 e 11 Years su tutte)
Potete ascoltare interamente il disco in streaming, mentre qui sotto il video del mio pezzo preferito.
Fanno quello che i Death Cab for Cutie forse non riescono più a fare. Lo fanno ricordandomi, non so perchè, alcune cose degli Aloha. Uno dei dischi più freschi e ben scritti che mi sia capitato ultimamente di ascoltare. E poi quel pezzo, “Point A to point B”, che si candida a pezzo dell’anno (sentitevelo su MySpace, qui sotto nel video in versione live).
Escono per la Dovecoterecords. Compratelo, rubatelo, fatelo vostro.
Da Athens arrivano gli A. Armada, band che si colloca a metà strada tra gli Explosions in the Sky e i concittadini Maserati. Con questi ultimi condividono uomini (un chitarrista) e intenti. Niente è nuovo, per carità: strumentali, titoli lunghissimi, scoppi di distorsione e pause ieratiche. Quello che colpisce è la capacità di scrittura, la “fruibilità” dei pezzi (che peraltro non hanno durata eccessiva, come nella tradizione post) e il suono shoegaze-sognante.
L’Ep di esordio, appena uscito, trova casa in Europa presso la Golden Antenna, ma è scaricabile con pochi euro anche su iTunes.