Tupolev

Sfumature e ricercatezza, (fasulla) apatia mascherata da avanguardia ed atmosfere classiche per il nuovo millennio. Sono austriaci, i Tupolev, e, dopo l’omonimo Ep di debutto, sorprendono con un esordio sulla lunga distanza talmente consapevole da far pensare ad una band con una lunga storia alle spalle.
Invece “Memories Of Björn Bolssen” (Valeot Records) rappresenta il primo disco e, per scoprire qualcosa in più sugli eredi di Walter Schachner e Herbert Prohaska (cit.), dovremmo dirigerci verso alcun progetti paralleli (Slon, Alexandr Vatagin) o curiosare fra le svariate collaborazioni, come quella con i nostri Port-Royal. Indagando qualcosa si può intuire, ma nulla chiarifica come l’ascolto di un album tanto vicino a una presunta sperimentazione quando accogliente per chi determinate melodie pop preferisce osservarle attraverso un’ottica non canonica. Così arrivano ricami jazz e retaggi folk, persuasivi nell’impatto emotivo basato sul duopolio vuoto/pieno, scritto da una penna strumentale in preda a follie narcolettiche e delicatamente cerebrali, soprattutto se paragonata a quella di un’altra ottima realtà attuale come i Balmorhea.
Sembrano abbandonarsi alle loro idee, i Tupolev, senza per questo sfiorare autoreferenzialità ed eccessi vari. Oppure sono semplicemente intransigenti nel dettagliare l’aspetto emozionale tramite ansie accennate e luci mai abbaglianti. Una musica sfocata, come un’immagine fuori fuoco terribilmente esaustiva nel raccontarsi.

MP3 Tupolev- Movahedi
MySpace Tupolev

Tupolev

A Weather

Non vorrei sembrare ripetitivo, ma temo che vi toccherà nuovamente leggere l’ennesimo post a proposito di un’eccellente band residente a Portland. Questa volta è il turno degli A Weather, band che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo all’Habana Calle 6 di Austin il 14 marzo.
Le atmosfere soffici e vellutate create dalla band, gli intrecci vocali paradisiaci – la voce angelica di Sarah Winchester si alterna e si sovrappone al cantato quasi sussurrato di Aaron Gerber – e i testi malinconici (“Don’t get your hopes up, keep them low, try not to reach so high, hard work won’t pay off in the end” da “Spiders, Snakes”) hanno attirato immediatamente la mia attenzione e sono anche gli ingredienti principali contenuti nel disco d’esordio della band, “Cove”, registrato da Adam Selzer (membro dei Norfolk & Western e produttore, tra gli altri, di M Ward e degli stessi Norfolk & Western) e pubblicato dall’etichetta Team Love (fondata da Nate Krenkel e da un certo Conor Oberst nel 2003).
“Cove” non ha un singolo punto debole, sia che si tratti di brani lenti e ad altissima intensità emotiva, (si sentano ad esempio “Oh My Stars” e “Pilot’s Arrow”) o di canzoni indie pop ad elevato tasso melodico (“Small Potatoes”, “Pinky Toe”) e si candida sin da ora ad essere il mio disco dell’anno.
I paragoni con mostri sacri (per un certo tipo di sonorità) quali Low, The Innocence Mission e Devics sembrano persino riduttivi per una band come gli A Weather.

MP3 A WeatherSpider, Snakes
MP3 A WeatherOh My Stars
MySpace: A Weather
Website: A Weather

A Weather

The Dimes

Portland è diventata ormai una sorta di terra promessa per i musicisti americani con ambizione. Nella cittadina dell’Oregon hanno trovato casa Modest Mouse, The Decemberists, The Shins e mille gruppi del sottobosco statunitense (per un elenco, certamente incompleto, vi suggerisco di visitare questo sito).
A Portland risiedono anche The Dimes, band sconosciuta al grande pubblico, ma senza ombra di dubbio con le carte in regola per affermarsi a livello planetario. Tutto merito di un album d’esordio, dopo quattro E.P. autoprodotti, intitolato “The Silent Generation” e pubblicato dall’etichetta Pet Marmoset. Incentrato principalmente sulle avventure di alcuni personaggi protagonisti di una pagina di cronaca del Portland Journal di fine anni ’20 che il chitarrista Pierre Kaiser ha trovato ristrutturando l’appartamento in cui vive, l’album è un perfetto compendio di canzoni piene di grazia, dalle melodie impeccabili ed eterne.
In men che non si dica vi ritroverete a fischiettare il motivetto di una delle canzoni dei Dimes e a chiedervi chi diavole fosse quel ragazzo del New Jersey condannato a morte per aver ucciso un uomo (“Jersey Kid”) o per quale ragione il destino si accanì contro Paul Kern (“Paul Kern Can’t Sleep”), un reduce della Prima Guerra Mondiale che per oltre un trentennio non riuscì più a dormire a causa di una pallottola che lo colpì alla testa in battaglia, lesionandogli i centri che controllano il sonno.
Dotati della stessa abilità lirica dei Decemberists e della stessa immediatezza pop degli Shins, The Dimes si segnalano come uno dei gruppi di maggiore talento usciti dalla florida scena di Portland.

MP3 The DimesJersey Kid
MP3 The Dimes Paul Kern Can’t Sleep
MySpace: The Dimes
Website: The Dimes

The Dimes

The Drift

Personalmente nei riguardi dei Tarentel nutro, ormai, più curiosità che speranza. Passati i meravigliosi tempi di “From Bone To Satellite”, le peregrinazioni appaiono, se non incerte, quantomeno discutibili, pur non mancando spesso di sostanza.
Meglio sembra l’altra parte del mondo di Danny Grody, griffata Drift e pronta a proporre il nuovo “Memory Drawings”. Sempre aperta ad evoluzioni continue, non vuole, tuttavia, rinnegare un approccio emotivo intransigente nella dilatazione delle composizioni. Il dramma di un brano introspettivo come “Lands End” mostra con chiarezza talento e qualità. Sono diversi e variegati i colori sulla tavolozza, con i paradigmi del post rock utilizzati per sviare le concrete intenzioni. Jazz aperto e mai eccessivamente cerebrale, dub personale ed intimo, attimi spaziali destinati a richiudersi in una curiosa stanza accogliente, non restia ad intrusioni elettroniche sincopate. I frequenti tour con i compagni di etichetta (la solita Temporary Residence) hanno fatto scartare il gruppo dalle pregevoli intuizioni del debutto (“Noumena”) alla consapevolezza palese e quasi arrogante di oggi
Visto che saranno all’ATP organizzato dagli Explosions In The Sky avremo la possibilità di una controprova dal vivo. Le premesse sembrano ottime.

MP3-The Drift- Invisible Cities
Website The Drift
The Drift

Balmorhea

Mentre Giuseppe vive e sopravvive ad Austin, torno su queste pagine non per sostituirlo (roba impossibile), quanto per solleticare il mio gusto personale.
I Balmorhea, chissà se Giuseppe lo sa, provengono proprio dal Texas ed ignoti-ignoti non lo sono. Personalmente li conobbi l’anno passato, con un album omonimo di cui qualcuno trovò la sintesi perfetta parlando di minuetti romantici. Roba strumentale e, lo scrivevamo poco sopra, Texas. Sarebbe facile pensare ad Explosions In The Sky o ai nuovi diletti This Will Destroy You. Invece occorre fare molta attenzione, perchè l’assenza vocale non obbliga ad impeti e crescendo.
Almeno questo lo pensano Rob Lowe e Michael Muller, i due protagonisti della formazione. Nessuna batteria e nessun basso, si va di pianoforte e tratteggi acustici, dove gli arpeggi sono mani per carezze e non per schiaffi. Il recente “Rivers Arms” (uscito per i tipi della Western Vinyl) trasfigura con maggiore consapevolezza e personalità gli ottimi spunti dell’esordio, entrando in un mondo classico (dei Rachel’s istintivi) ed affine all’immaginario di artisti come Max Richter e Sylvian Chauveau. Minimalismo voluto, melodie che, fossero furbetti, sarebbe facile trasportare in un avant pop cantato, istantanee notturne ed invernali. L’emozionalità è trattenuta, ma sa quando e come uscire con decisione (la splendida “The Winter”), dilatandosi attraverso movimenti impercettibili eppure sempre differenti. Una manifestazione rara, destinata a colpire, appunto, come una carezza.

MP3 – Balmorhea – The Winter
Website: Balmorhea

Balmorhea