The Pink Mountaintops: intervista a Stephen McBean

Stephen McBean, come abbiamo già detto qui, è da tempo e con diverse bands uno dei musicisti più talentuosi della sempre più florida scena canadese, nonché il centro pulsante e l’uomo attorno a cui gira l’ormai conosciutissimo collettivo Black Mountain, più che una band, una comune attorno alla quale si raggruppano una nutrita compagine di musicisti. Molti di essi si trovano in Outside Love, terzo album della costola personale per McBean dell’universo Black Mountain, i Pink Mountaintops. Un album che conferma quanto di buono si conosceva del personaggio e che, anzi, ne rilancia ulteriormente le quotazioni. Lo abbiamo contattato via e-mail – probabilmente non il modo migliore per intervistarlo – per saperne di più sul disco e sulla sua musica in generale. Le sue risposte son state striminzite e assai laconiche e alcune delle nostre domande non hanno trovato neppure risposta. Per fortuna c’è soprattutto la musica a parlare per lui, ed in quello non si risparmia di sicuro. Ad ogni modo, qui di seguito il resoconto del nostro scambio di battute.

Nonostante i Pink Mountaintops vengano considerati fondamentalmente un tuo progetto solista, l’ultimo album soprattutto, sembra davvero il frutto di una rock’n’roll band. Il numero di musicisti coinvolti è elevato e da esso arriva un feeling di autentica comunità rock. Come stanno le cose in realtà?

Quello che essenzialmente volevo era dar vita ad una sorta di rock’n’roll party con i miei amici, vedere dove questo ci avrebbe portato e cosa saremmo riusciti ad estrarre dal caos iniziale.

Quali erano gli intenti quando hai iniziato a lavorare ad Outside Love? C’era la volontà di provare ad allargare un po’ i confini della tua musica rispetto ai due dischi precedenti a nome Pink Mountaintops? Le atmosfere sono piuttosto varie ed inglobano diversi stili…

Il metodo è stato quello di distruggere quello che c’era stato prima, ricomporre le carte e riposizionarle su una nuova mappatura.

Una cosa che mi ha molto impressionato dell’album è la grande libertà creativa che traspare dai suoi solchi e dalle sue canzoni. Il suono è ottimo perché sembra molto naturale. Mi è venuto di paragonarlo, a livello di feeling, a quello di un disco come Exile On Main Street dei Rolling Stones. Quanto ci avete lavorato su e in che modo?

Passando un sacco di ore svegli, davvero un bel po’ di tempo. Ad ogni modo, adoro quell’album.

I vari pezzi sono stati scritti tutti assieme o hanno una genesi più complicata?

Alcuni sono molto vecchi, altri più recenti. Un’altra possibile distinzione è che alcuni hanno un carattere maschile, altri più femminile.

Outside Love, la canzone, ha un approccio quasi gospel ed etereo. Mi puoi parlare un po’ di questo pezzo e anche di And I thank you, una ballata davvero spettacolare? Come sono nate, qualche aneddoto..

Non saprei che dirti, non sono conscio del luogo da cui arrivano queste canzoni. So che mi svegliai da un sogno e provai una tale sensazione, come dire? giusta, da indurmi a rimanere in quel sentiero che alla fine mi condusse ad esse.

In quanto produttore dei tuoi dischi, quali sono gli aspetti a cui maggiormente presti attenzione? Hai mai pensato di avvalerti di un produttore esterno? Se si, hai in mente qualche nome?

L’aspetto che curo di più è quello di riuscire a raggiungere un tasso di “buona elettricità”. Per il resto: un produttore esterno? Se si dovesse fare avanti la persona giusta, perché no? Certo, devo dirti che la maggior parte dei possibili nomi che mi vengono in mente, oggi sono dei fantasmi.

Dicevamo prima dei molti musicisti coinvolti.. Come li hai scelti e come hai coinvolto nomi anche noti come Jesse Sykes o Ashley Webber, tra gli altri? Quale sarà l’incarnazione live della band nel tuo imminente tour?

I musicisti che suonano nel disco con me sono tutti amici. Anche Jesse e Ashley lo sono. Li ringrazio ovviamente tutti per il tempo e l’energia che hanno speso per rendere l’album quello che è. Dal vivo saremo in sei, alle prese con chitarre, batteria, organo, violino e al canto. Ci saranno dei bei momenti.

Dal punto di vista sonoro, sembrerebbe che i Pink Mountaintops abbiano un approccio più classic rock rispetto ai Black Mountain, con questi ultimi più orientati verso un suono maggiormente heavy. Questo in linea di massima, ma tu avverti simili differenze o li vedi come parti di un unico e più ampio discorso? Se dovessi descrivere con una sola parola sia i Black Mountain che i Pink Mountaintops, quale useresti per ciascun gruppo?

Pink and black. (niente da dire, questa me la sono proprio cercata.. NdA)

Come scegli le canzoni che scrivi per un progetto piuttosto che per quell’altro?

Semplicemente succede. Non c’è dietro nulla di particolarmente studiato e non si tratta di un processo su cui perdo tempo ad arrovelarmi. Se qualcosa fallisce e non va bene per un progetto, butto tutto dall’altra parte del recinto e sto a vedere se si trasforma in fango oppure in oro.

Fin dal titolo appare chiaro che il tema dell’album è l’amore. Quali erano gli aspetti che volevi scandagliare maggiormente e quanto c’è di personale in quello che scrivi?

E’ tutto personale, con l’aggiunta di un po’ di colore e di teatralità.

Sia a livello sonoro che dal punto di vista lirico, mi sembra che le atmosfere di Outside Love siano più “solari” rispetto a quelle di In the Future. C’è stata forse una sorta di reazione a certi passaggi plumbei di quel disco e ci possiamo leggere anche una sorta di maggior ottimismo nei confronti del futuro, pur nelle difficoltà dei tempi che stiamo vivendo?

Non direi… Ovviamente non posso vedere nel futuro e, se devo dirtela tutta, non so neppure come mi sentirò domani.

Una cosa abbastanza usuale, nelle recensioni, è trovare la tua musica paragonata a quella dei grandi gruppi degli anni sessanta e settanta, bands come Velvet Underground, Led Zeppelin, Rolling Stones, Black Sabbath (alcuni dei più citati). La cosa ti disturba o ti fa piacere?

Li prendo come complimenti, non è un problema per me. La mia collezione di dischi è composta da centinaia e centinaia di titoli. In più ti posso garantire che alcuni di essi probabilmente ti stupirebbero.

Trovo che anche se siano innegabili i debiti della tua musica nei confronti di quella del passato, essa poi riesca, attraverso il filtro del tuo songwriting, ad essere originale e adeguata all’oggi. Ti poni mai questi quesiti o tutta la faccenda è un qualcosa di più naturale per te?

Io la vedo così: quello che stiamo facendo, lo stiamo facendo ora. Non la vedo come una cosa legata al passato ma anzi completamente calata nel presente. Questo è il mio punto di vista.

Hai qualche musicista da consigliarci e quali sono i tuoi album preferiti al momento?

Ultimamente sto ascoltando molto i dischi di Shirley Collins e Rogue Astronaut dei Bastard Noise. Due dei miei album preferiti di sempre, invece, sono Blonde On Blonde di Bob Dylan e Death Church dei Rudimentary Peni.

Stephen McBean

Gomez

Ci fu un tempo, sul finire degli anni novanta, ai tempi del loro esordio, che i Gomez pareva dovessero essere the next big thing. Il plauso critico, nei confronti di “Bring It On”, fu praticamente unanime e l’album venne salutato come una ventata di freschezza rock in un panorama musicale, quello britannico, che all’epoca si barcamenava tra le ultime stelline brit-pop, superstar come i Radiohead e lo scoppio commerciale del trip-hop. Il loro rock venato d’America finì così, se vogliamo ironicamente, per un certo periodo, ad essere considerato la “cosa nuova”. Purtroppo per loro, il treno del successo, quello vero, alla fine non è mai passato e oggi, diversi dischi dopo, i Gomez arrancano come tanti alla ricerca di un loro spazio. Una cosa ingiusta tutto sommato, perché anche “A New Tide”, il loro nuovo CD fresco di stampa, dimostra quanto i cinque ragazzi inglesi siano in realtà capaci di approntare un album pop brillante ed eclettico. Non ci sono naturalmente chissà quali rivelazioni o sorprese qui dentro – ma dove oggi? – ma piuttosto una serie di canzoni che occhieggiano da una parte all’altra dell’Atlantico con una certa efficacia. Davvero ottime, ad esempio, canzoni come “If I Ask You Nicely”, bella ritmata e con le acustiche e un contabbasso a fare da sfondo ad una melodia che rimanda agli Eels e con una tastierina che entra sotto pelle, oppure come “Lost Track”, folk rock elettroacustico dalle tinte autunnali e punteggiata dagli archi. Qua e là s’intravede qualche leggera infiltrazione elettronica (“Bone Tired”, nella contaminata “Win Park Slope”), oppure una tendenza a cercare una certa sfumatura sottilmente espansa (“Sunset Gates”, l’ipnotica “Little Pieces”) o il groove chitarristico (“Airstream Driver”, cover di un pezzo dei Red Red Meat). Il meglio arriva però da brani che stanno tra la ballata e l’impeto rock, canzoni molto belle e classiche come “Other Plans”, tocchi di piano, intreccio acustico- elettrico, arrangiamento curato, e “Very Strange”, dal marcato riff chitarristico e dall’aura quasi wilchiana. E’ un disco che piace insomma e che entra nelle tue giornate con discrezione, “A New Tide”. Dargli una possibilità non è di certo un azzardo.

MP3 GomezVery Strange

MySpace: Gomez

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Pink Mountaintops

Non contento di averci regalato uno dei dischi più belli dell’anno scorso – “In The Future” dei Black Mountain – Stephen McBean torna in questi giorni col terzo disco dei suoi Pink Mountaintops, costola solista del collettivo canadese. Attorniato da un nutrito stuolo di amici e musicisti – qualche nome? Sophie Trudeau dei Silver Mt. Zion, Jesse Sykes, Ashley Webber – in “Outside Love”, McBean dà vita ad una girandola musicale dove 40 anni e più di storia del Rock vengono rivitalizzati attraverso il filtro di una scrittura brillante e sempre più personale. Ballate stonate che occhieggiano al country come agli Stones, gospel music come l’avrebbero intesa gli Spiritualized, ronzare elettrico di matrice velvettiana, un continuo lasciarsi andare al sentire psichedelico e all’abbandono creativo più che mai privo di steccati, il tutto coagulato attorno ad una scrittura che marca la differenza in maniera netta e priva di fraintendimenti. Dieci canzoni, dieci gioielli che fin d’ora si candidano tra le cose più rimarchevoli di questo 2009. Visti recentemente in tour qui in Italia, hanno confermato anche dal vivo tutte le migliori sensazioni. E del resto, con canzoni come “And I Thank You” in repertorio, come poteva essere altrimenti?

MP3 Pink Mountaintops: And I Thank You

My Space: Pink Mountaintops

Pink Mountaintops live all'Interzona di Verona (foto Lino Brunetti)

Pink Mountaintops live all'Interzona di Verona (foto Lino Brunetti)

The Vaselines

Davvero ottima questa pubblicazione della Sub Pop (in Italia con distribuzione Audioglobe), che riporta nei negozi un gruppo di cui oggi forse ci si incominciava a dimenticare. Forse non si può dire che la loro sia stata una carriera lunga e così importante da farne una band seminale ma, da una parte la qualità delle canzoni e della loro proposta, dall’altra l’ammirazione provata nei loro confronti da un’icona quale Kurt Cobain – che li aveva gettati tra gli onori della cronaca citandoli più volte e soprattutto coverizzando la loro “Jesus Doesn’t Want Me For A Sunbeam” per l’MTV Unplugged dei Nirvana – bastano e avanzano per fare dei Vaselines una band di autentico culto, oggi da riscoprire. Formatisi nel 1986 a Edimburgo per volere dei chitarristi (ed entrambi cantanti) Eugene Kelly e Frances McKee – con la band completata da James Seenan al basso e dal fratello di Eugene, Charles Kelly, alla batteria – i Vaselines si accasarono subito con la neonata etichetta 53rd And 3rd di proprietà del frontman dei Pastels, Stephen Pastel. Con questa label pubblicarono i primi singoli – “Son Of A Gun”, “Dying For It” – dopodiché, a seguito del fallimento della 53rd And 3rd, firmarono per Rough Trade, con la quale pubblicarono il loro unico vero album, “Dum Dum”. E se già i primi singoli avevano messo in mostra un certo talento compositivo e la capacità di rinnovare la lezione dei Velvet Underground, fu proprio con la pubblicazione dell’esordio full lenght, che i Vaselines dimostrarono il loro valore. Le loro fulminanti canzoni erano – e sono – un mirabolante concentrato di candore angelico e vibrante ronzio elettrico, dove l’indubbia ascendenza sixties delle melodie si sposava ad una ritmica puntuale e metronomica e dove le chitarre continuavano a riffeggiare ed eccheggiare velvettianamente distorte, tra garage rock e un briciolo di psichedelia. Suonavano compatti e lucidi i Vaselines, freschissimi (ancora oggi!!) e dannatamente efficaci nell’allineare pop tunes assolutamente micidiali, tanto che citare un pezzo piuttosto che un altro sarebbe solo fare un torto a quello non citato. Non è difficile capire perché Cobain li amasse così profondamente, tanto che li volle come opening band nelle date di Edinburgo dei Nirvana, anche se all’epoca Kelly e gli altri si erano già sciolti e avevano preso nuove strade (Eugene nei Captain America poi Eugenius, Frances McKee, un po’ più avanti, nei Suckle). “Enter The Vaselines”, oggi, stende su due CD, non solo le diciannove tracce ufficialmente pubblicate dalla band in vita (che la Sub Pop aveva già raccolto nel 1992 in un album intitolato “The Way Of The Vaselines”), e cioè i due singoli e l’album citati, con un nuovo missaggio e completamente rimasterizzate per valorizzarne al meglio il suono, ma gli affianca tre demo (di “Son Of A Gun” e di due pezzi inediti, “Rosary Job” e “Red Poppy”) e ben quattordici brani registrati dal vivo a Bristol (nel 1986) e Londra (1988). Le versioni dal vivo non sono particolarmente diverse da quelle in studio, ma la più che buona qualità audio e una maggiore grezzezza live ne fanno comunque un ottimo e gradito bonus. Un acquisto imprescindibile insomma, da non mancare per nulla al mondo.

MP3 The Vaselines – Son Of A Gun

MP3 The Vaselines – Jesus Wants Me For A Sunbeam

MySpace: The Vaselines   

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Alaska In Winter

In passato sodale di personaggi come Beirut e A Hawk And A Hawksaw, oggi Brandon Bethancourt aka Alaska In Winter, cambia abbastanza radicalmente le carte in tavola e torna con un nuovo album, “Holiday”, in cui il “folk” del passato è virato verso un elettro-pop altamente sintetico e in cui anche la voce, a volte, è filtrata dal vocoder. Superato un primo momento di spiazzamento, non è però poi così difficile trovare un piccolo spazio a queste canzoni leggermente sognanti, sottilmente pervase da un sentore di new wave, nonché da una filigrana malinconica. Rimangono dei punti di contatto con Zach Condon comunque; non con le cose che fa come Beirut, ma sicuramente con quelle che faceva come Realpeople. E chi conosce il suo ultimo doppio EP sa di cosa parlo.

MP3 Alaska In Winter – We Are Blind And Riding The Merry-Go-Round

MySpace: Alaska In Winter

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Ghost Bees

Potrebbero essere apparentate a quelle delle prime CocoRosie le canzoni delle Ghost Bees, duo formato dalle gemelle Romy e Sari Lightman. Il loro “Tasseomancy” (Youth Club/Goodfellas) allinea sei lunghe canzoni folk costruite attorno agli intrecci vocali delle due ragazze, intente a suonare anche la chitarra e il mandolino, mentre altri musicisti collaborano fornendo l’apporto strumentale di viola, violino, piano, fisarmonica, qualche sparuta percussione. Le loro gotiche ed  inquietanti storie ed i loro intarsi melodici e musicali sembrano provenire da un mondo dimenticato, dalla memoria scricchiolante di un uomo vissuto secoli fa, una memoria abitata da fantasmi, luci fioche, polvere e vecchie fotografie ingiallite e stropicciate. Ha ben poco di moderno questo disco, vive perlopiù grazie al fascino del suo porsi fuori dal tempo e si sorregge su canzoni che ammaliano e ipnotizzano con grazia minimale. Bellissime, ad esempio, “Sinai” ed “Erl King”, ma un po’ tutte le tracce, pur se a tratti un po’ monocordi, riescono ad andare a segno. 

MP3 Ghost Bees – Sinai

Website: Youth Club Records

MySpace: Ghost Bees

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Stòrsveit Nix Noltes

Continua la passione da parte di musicisti di ogni dove per la musica folk balcanica ed est-europea. Ultimi a giungere sui nostri scaffali ci sono gli Stòrsveit Nix Noltes, sorta di super gruppo islandese con dentro membri di mùm, Benni Hemm Hemm, Lost In Hildurness e altri. “Royal Family-Divorce”, in uscita su Fat Cat e distribuito in Italia da Audioglobe, è il loro secondo disco – il primo è girato solo a livello locale ed anche questo, a dire il vero, in Islanda è uscito nel 2007 – e contiene dieci irresistibili tradizionali balcanici e bulgari rivisti e corretti da questo indiavolato ensemble che, oltre ai soliti fiati, archi e fisarmonica, non disdegna l’uso di chitarre elettriche, batteria rock e apparecchiature elettroniche. Un po’ Black Ox Orkestar, un po’ A Hawk And A Hawksaw, gli Stòrsveit Nix Noltes se ne distanziano per lo stile irriverente, a tratti avanguardistico ed iconoclasta con cui trattano la materia, un po’, per fare un paragone azzardato ma non troppo, alla stessa maniera con cui una band come gli Spring Heel Jack affronta il jazz. Mescolano le carte e gli ingredienti con gran gusto ed intelligenza, fregandosene del purismo e, in questo modo, ci restituiscono una tradizione nella maniera più viva possibile. Cercate assolutamente di sentire almeno due brani quali “Pajdusko” e “Elenska Rachenitsa” e poi ditemi. Io, questo CD, non riesco a toglierlo dal lettore!

MP3 Stòrsveit Six Noltes – Elenska Rachenitsa 

Website: Fat Cat Records

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The Low Anthem

Vengono dal Rhode Island, sono in tre (Ben Knox Miller, Jeffrey Prystowsky e Jocie Adams), si chiamano The Low Anthem e ho idea che d’ora in poi sentirete parecchio parlare di loro. Con già un paio di album alle spalle – tutti rigorosamente autoprodotti e auto distribuiti – da poco hanno pubblicato, sempre alla stessa maniera, il bellissimo “Oh My God, Charlie Darwin”, tanto bello da bruciare in pochissimo tempo due tirature da 5000 copie numerate l’una, raggranellare un pugno di entusiastiche recensioni (anche sulla stampa più “importante”, vedi Rolling Stone americano), e soprattutto procurare finalmente agli intestatari due prestigiosi contratti, Nonesuch negli Stati Uniti e Bella Union in Europa, etichette che ripubblicheranno nel più appropriato dei modi il disco. E se, come credo, siete appassionati come me di tutti quei gruppi capaci di dare una spolverata di novità e freschezza alle radici del suono americano, ponendosi a mezza via tra folk, rock, country, pop, indie e cantautorato dimesso e malinconico, “Oh My God, Charlie Darwin” è uno di quei dischi che arriverà a trafiggervi il cuore, come in passato è riuscito a gente come Wilco, Fleet Foxes, Okkervil River e compagnia bella. Le canzoni dei Low Anthem, pur non nascondendo le proprie radici (reminiscenze di Dylan, Waits e mille altri classici di certo non mancano), sorprendono su più fronti: innanzittutto attraverso una scrittura mai banale ed anzi assai sentita e profonda, tramite un suono schietto e minimale ma sempre molto espressivo, e poi attraverso una varietà che li fa ondeggiare tra ballate accorate e colme di spleen, ruspanti e ruvide rock songs dal gusto roots, brani baciati da una netta grazia melodica e dal rifiuto per l’ovvio. Hanno insomma tutte le carte in regola per farsi notare ed iniziare una carriera densa di soddisfazioni; per loro, ovviamente, ma anche per noi. Al momento, una delle sorprese dell’anno.

MP3 The Low Anthem – To Ohio

Website: The Low Anthem

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Barzin

Vi aveva già fatto sentire una sua canzone Giuseppe, ma forse è il caso di soffermarci in maniera più approfondita su Notes To An Absent Lover, terzo album per il cantautore Barzin. Barzin Hosseini, questo il suo nome completo, è canadese (ma dalle intuibili origini iraniane), ed è ormai dal 2003, anno del suo esordio, un autore a cui tutti gli amanti del cantautorato più romantico ed introspettivo rivolgono grandi attenzioni. Il generale plauso critico conquistatosi con My Life In Rooms, suo secondo disco, primo per l’inglese Monotreme come quest’ultimo, è parzialmente indicativo di un talento capace di ammaliare l’ascoltatore con le sue storie soffuse e vibranti, col suo misurato ma intenso gusto per il cesello armonico e strumentale, con una scrittura che, pur calandosi all’interno di una tradizione musicale ormai consolidata (la sua canzone d’autore sta tra folk e piccoli dosi di slow-core, e non costringetemi a fare i soliti nomi, ché li sapete), riesce ad avere quel tocco personale e quella dolcezza di carattere che finisce per ammaliare senza esitazioni. In qualche modo, l’ultimo album, non solo conferma, ma dimostra che, a piccoli passi, Barzin sta arrivando ad una perfetta cristallizzazione di un suono che arriva al cuore privo di mediazioni. Le sue rimangono canzoni intime e sofferte, dalle tonalità autunnali e dalla crepuscolare tendenza al tratteggio emotivo e malinconico, dove permane la propensione alla ballata avvolgente e ai toni misurati e quieti. Qui però, il sound è ancora più organico e caldo del passato, con gli strumenti – violoncello, pianoforte, chitarre acustiche, elettriche tremolanti, batteria spazzolata, un’armonica neilyounghiana, una pedal-steel – intrecciati fra di loro nel costruire il giusto scenario alle parole di Barzin e alle sue melodie dalla costante qualità pop. Ed è proprio quest’ultima caratteristica a rendere l’ascolto sempre intenso, magnetico, mai scontato, con canzoni come Nobody Told MeWords Tangled In Blue The Dream Song che, andando ben oltre i semplici ed in fondo rassicuranti sentieri del cantautorato triste e chiuso su se stesso, acquistano concretezza e prendono vita di fronte a noi. Alla fine, in fondo, come spesso accade, solo fino ad un certo punto le parole possono spingersi nello spiegare un’emozione; ci riuscirà molto meglio Barzin stesso, attraverso l’incanto magico di Soft Summer Girls. Ascoltatela e sappiatemi dire.

MP3 Barzin – Soft Summer Girls

MySpace: Barzin
Website: Barzin

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The Dance Of The Moon And The Sun

Senza ombra di dubbio, The Snowbringer Cult, doppio CD intestato a Isengrid, TwinSisterMoon e Natural Snow Buildings, è stato per il sottoscritto uno dei dischi dell’anno, e non solo d’area new weird folk. I Natural Snow Buildings sono un duo francese composto da Solange e Mehdi. In The Snowbringer Cult, uscito su Students Of Decay e primo disco ad essere uscito in un formato diverso dalla cassetta o dal CDr – e quindi loro esordio ufficiale – hanno fatto un sunto completo della loro arte: Isengrid, infatti, non è altro che Solange, mentre TwinSisterMoon, Mehdi. Mentre nel primo CD si dividono equamente le tracce, nel secondo si riuniscono sotto il nome con cui stanno diventando un autentico culto. Folk ancestrale, drone music, mantra psichedelici, free-folk, questi i loro territori d’elezione. Ora, sempre la Students Of Decay, ristampa un loro vecchio doppio CDr in CD, da tempo quasi mitizzato. The Dance Of The Moon And The Sun, appena giuntomi a casa per posta, è magia pura, un disco bellissimo che tutti gli appassionati del genere dovrebbero conoscere e custodire gelosamente. Purtroppo – ma perchè? – ne sono state stampate solo 500 copie, andate ovviamente già esaurite. Non devo dirvi io come risolvere questo problema. Intanto, provate a dare un ascolto alla traccia qui sotto e a quelle ascoltabili sul sito dell’etichetta e poi fatemi sapere.

MP3 Natural Snow Buildings – The Cover-up
Website: Natural Snow Buidings

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