The Sadies

The Sadies, compagine canadese guidata dai fratelli Dallas e Travis Good – entrambi chitarristi, con la band completata dal bassista Sean Dean e dal batterista Mike Belitski – sono da sempre gruppo di culto ed una di quelle formazioni che si è soliti definire musicians’ musicians. Tanto per fare un esempio, qualche hanno fa, durante un’intervista, il bassista dei Black Mountain, alla consueta richiesta di elencarmi i suoi dischi preferiti mi rispose: tutto quello che hanno fatto i Sadies. Una delle tante dimostrazioni d’amore nei confronti di una band che solo a causa della sfortuna e della dispersività di questi tempi, ancora non è riuscita ad imporsi quanto meriterebbe. Ulteriore testimonianza di valore arriva da questo nuovo album, l’ottavo, intitolato Darker Circles. Con una durata da disco d’altri tempi – poco più di trentacinque minuti – ed un produttore di peso in consolle quale l’ex Jayhawk, Gary Louris, Darker Circles non potrebbe iniziare in modo migliore, con una canzone potente come Another Year Again – epocale garage-psych-rock, stracolma di fuzz guitars ed assoli acidi a contornare una memorabile melodia pop – perfetto apripista e pezzo capace di dettare il passo a tutto ciò che viene dopo. Che non è certo da meno! Cut Corners è un’ottima ballata dagli aromi sixties, impreziosita da uno schizzo chitarristico fulminante, Another Day Again espone un gran tiro ritmico, Tell Her What I Said col suo intreccio elettro-acustico ed il suo evocare territori di frontiera, se la potrebbe giocare con gli ultimi Calexico. In queste canzoni, senza dubbio inserite in una tradizione consolidata, a colpire non è solo la qualità strumentale notevole dei chitarristi e di tutta la band, la capacità di creare melodie solide o un songwriting spesso di livello altissimo; c’è anche il fatto che i Sadies sanno essere vari e fantasiosi nell’intrecciare cambi di tempo e suggestioni diverse, abili nel tratteggiare un mondo ed evocare il Mito con pochi, oculatissimi tocchi. Ed è così che The Quiet One è una ballata tutta d’atmosfera, che brani come Postcards o la bella Violet And Jeffrey Lee nel loro sballonzolare ritmico potrebbero ricordare i Byrds o i Love, e quindi una credibile mescolanza di folk, country e sottile psichedelia, che il jingle-jangle e l’alone rock di Whispering Circles siano R.E.M. sound meglio dei R.E.M. stessi o che un pezzo come Idle Tomorrows sia degno di Tom Petty, tra l’altro ricordato persino nella voce. Rimangono da citare giusto il folk acustico della vibrante Choosing To Fly e l’ottima chiusa strumentale di Ten More Songs, paradiso di twang guitars westernate, per un cinematico surf-garage d’altri tempi. Il disco esce per YepRok ed è distribuito in Italia da Audioglobe.

MP3 The Sadies: Another Year Again

My Space: The Sadies

Teniamoli d’occhio #4: The Bookhouse Boys

Chi: The Bookhouse Boys

Dove: London, U.K.

Cosa: The Bookhouse Boys (Black Records, 2008)

Perché: All’inizio sono rimasto colpito dal nome del gruppo, lo stesso della setta segreta resa celebre dalla serie televisiva Twin Peaks. Ma è stata la musica suonata dai Bookhouse Boys a conquistarmi alla fine.
I Bookhouse Boys sono una band di Londra formata da 9 (!!) elementi (con tanto di sezione fiati e doppia batteria) e la musica che propongono, nel loro esordio omonimo sulla lunga distanza, è uno strano miscuglio di surf rock, spaghetti western, Nick Cave, Calexico, Devastations, colonne sonore anni ’60 e folk.
E’ davvero impossibile resistere al fascino perverso di un brano à la Nick Cave quale “I Can’t Help Myself”, restare impassibili di fronte a canzoni degne del miglior crooner maledetto quali “Shoot You Down” (con un call and response, maschile e femminile rispettivamente, letteralmente da brividi) e “The Valley”, non muoversi al ritmo della musica quando sentirete la splendida ballata tex-mex “Mariachi La”.
Una delle più belle scoperte di quest’anno.

Audio: MP3 The Bookhouse BoysDead

Per avere maggiori informazioni su The Bookhouse Boys: MySpace

Video: The Bookhouse Boys – I Can’t Help Myself

Timmy Curran

L’ho sempre visto con la sua tavola sotto braccio, surfare onde incredibili, con stile e grazia fuori dal comune (all’età di 18 anni è stato votato come decimo miglior surfista del mondo). Le stesse caratteristiche che lo accompagnano anche ora, che spesso sostituisce 6 piedi di polistirolo resinato con il legno di una bella chitarra. Timmy Curran fa quasi tutto da solo, e al pari di altri che lo hanno preceduto – un nome per tutti, l’inflazionato Jack Johnson – surfa e suona bene, producendo un album molto fine, lineare e semplice, fatto di onesto rock cantautorale (Daylights Coming, Comatose, Joan) con vaghissime reminescenze psichedeliche (Slow), spesso slanciato verso derive folkettare (Lonely, Horses On The Range). Raffinatezze per nulla scontate come in Selfish Ways lo allontanano dai soliti gregari per farne un autore apprezzabile, dalla naturalezza rara. Pertanto non ci resta che aspettarlo, appena finita la sessione serale di onde, quando messo ad asciugare il costume sulla stesa dietro casa, vi ci entri e si apparta per scrivere un’altra manciata di azzeccate melodie, suonate con le dita salate e la sabbia tra i capelli.

MP3 Timmy Curran: Word Of Mouth
MySpace: Timmy Curran
Website: Timmy Curran

Timmy Curran