Galaxie 500

Aveva rispolverato il loro nome già il buon Delso ad inizio anno, qui per la precisione, ma oggi i Galaxie 500, tornano d’attualità grazie alle ristampe dei loro tre album approntate dalla Domino. Formatisi a Boston sul finire degli anni ottanta per mano di tre laureati all’università di Harvard (il neozelandese d’origine Dean Wareham alla voce e alla chitarra, Naomi Yang al basso, Damon Krukowski alla batteria), come troppo spesso avviene, furono un gruppo che ben poco raccolse in vita per i meriti indiscutibili che aveva. Soltanto dopo si riconobbe loro l’influenza enorme che ebbero su molta musica a venire, sulla generazione narcolettica degli anni ’90 e sul consolidarsi di generi quali lo slowcore, di cui si posson ben dire gli antesignani. All’epoca la loro era una musica che non guardava né alle traiettorie post punk e noise imperanti, ma neppure, pur avendonci qualche punto di contatto, con quanti rileggevano la tradizione alla luce degli sconvolgimenti del decennio precedente. I Galaxie 500 erano in una specie di limbo: facevano loro la lezione dei Velvet Underground del terzo album – la loro più grande e a volte soverchiante influenza – e la mescolavano ad una forma di psichedelia oppiacea e sognante, resa particolare sia dal falsetto raggelato e privo di reale partecipazione emotiva con cui Wareham cantava le sue canzoni, sia da una sezione ritmica sempre minimale e basica, in questo senz’altro conscia di alcune innovazioni portate dalla new wave. A questi elementi c’è da aggiungere lo stile chitarristico di Wareham, fatto di arpeggi ipnotici, elettricità nebulosa ed un lirismo acido capace di suonare sia estatica che di inglobare qualche rada dissonanza. Preceduto dal singolo Tugboat, pop song lisergica dal crescendo chitarristico, i Galaxie 500 esordirono nel 1988 con Today, autentica pietra miliare e disco che ancora oggi è capace di sorprendere attraverso le sue gemme. Partendo da una base folk e pop – oltre che ovviamente dai citati Velvet – in questo disco il trio poggiava le basi del suo fare musica, creando un sound narcotico, rapito, sognante, spesso al confine con una sorta di mantra psichedelico. Ne sono testimoni canzoni stupende come Temperature’s Rising, ormai un classico dalla melodia indimenticabile, Flowers, Pictures. Ritmata e vibrante Parking Lot, dal piglio folk Oblivious (dentro ci sono già tutti i Belle & Sebastian), ipnotica e psichedelica Don’t Let Our Youth Go To Waste, una cover dei Modern Lovers, psycho loureediana King Of Spain, in origine B side di Tugboat e qui presente come bonus track. L’anno dopo bissarono con On Fire – come il primo album ancora prodotto da una figura leggendaria come Kramer, in realtà quasi un membro aggiunto per la band – disco in larga parte considerato il loro capolavoro (io, anche se di pochissimo, continuo a preferirgli l’esordio). Tutto quello che era stato messo in evidenza l’anno prima, viene qui portato ad ulteriore compimento, attraverso un suono ancora più anestetizzato e drogato, con quel caratteristico filo d’angoscia che serpeggia nelle retrovie. I brani si sfaldano in una sorta di trance che pare avere qualcosa di quasi mistico, in una nuvolaglia elettrica che non cerca la catarsi tanto nelle esplosioni elettriche, quanto in una interiorizzazione sonora dei precetti psichedelici che qui, come poche volte accaduto, suona proprio come territorio dell’anima. Il deliquio chitarristico con cui il disco si apre (Blue Thunder) è indicativa in questo senso, subito resa ancora più efficace dalle melodie superbe delle due ballate seguenti (Tell Me, Snowstorm). Su un pezzo come Strange una band come i Red House Painters ci ha costruito un’intera carriera, mentre When Will You Come Home traspone accenti blues in un tripudio elettrico velvettiano. Ci sono anche delle novità in termini di varietà di suono, tipo il sax (suonato da Ralph Carney) nella ballata Decomposing Trees o la Another Day attonita, cantata da Naomi Yang. Il disco si chiudeva con una bella cover di Isn’t It A Pit di George Harrison, a cui qui si aggiungono, provenienti dall’EP Blue Thunder, Victory Garden dei Red Krayola e Ceremony dei Joy Division, più la loro bella Cold Night. Quasi inevitabilmente, il successivo This Is Our Music risulterà essere un, sia pur piccolo, gradino sotto. Le canzoni sono ancora bellissime, ma qualcosa dell’urgenza precedente si è persa per strada e il disco suona un pelo più convenzionale. Tutto ciò non ci impedisce comunque certo di gioire di fronte alla verve rock della bellissima Fourth Of July, di fronte a ballate come Summertime e Way Up High o al passo desolato e meditabondo di un brano come King Of Spain, Part Two. Tra i momenti più elettrici, una mirabile cover di Listen, The Snow Is Falling di Yoko Ono, mentre come bonus track appare una versione di Here She Comes Now degli amati Velvet Underground. Dopo questo disco le tensioni fra tre personalità forti come le loro divennero insanabili. Wareham continuò la sua carriera formando i Luna prima e il duo Dean And Britta poi, mentre Krukowski e Yang continuarono – e continuano ancora oggi – come Damon & Naomi. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia…

Mp3 Galaxie 500: Temperature’s Rising

Domino Records: Galaxie 500

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