Guano Padano

Ci sono voluti due anni di lavoro ai Guano Padano per mettere insieme questo disco d’esordio ma, considerando i numerosi impegni dei musicisti coinvolti ed il risultato finale, non ci si può certo meravigliare del fatto che si sia voluto fare le cose con gran cura. Dietro questa misteriosa sigla si nascondono infatti tre personaggi che, per chi segue con un po’ di attenzione sia le retrovie che i sentieri maggiori della musica italiana, dovrebbero essere nomi non nuovi: Alessando “Asso” Stefana, chitarrista, oltre che aver offerto le proprie corde a Capossela e a Mike Patton, ha pure una sua carriera di musicista di ricerca, con già un album alle spalle; il batterista Zeno De Rossi, anch’esso nella band di Vinicio, è invece, insieme al terzo membro, il bassista Danilo Gallo, colonna portante dell’etichetta free-jazz El Gallo Rojo, label per cui hanno ideato e suonato in diversi progetti. Musicisti di gran talento ed immaginazione insomma, che in questo nuovo outfit, si dedicano alla rivisitazione immaginifica della colonna sonora western morriconiana, del desert rock, di quei suoni ai confini della Frontiera col Messico, che abbiamo amato intensamente attraverso i dischi dei Friends Of Dean Martinez o dei Calexico. Proprio Joey Burns è uno dei maggiori estimatori di questo progetto che, fatto di un certo peso, esce per una tra le più interessanti etichette americane underground del momento. Ed un po’ per il calibro degli ospiti presenti nel disco, un po’ per la qualità di una scrittura che sorprende ad ogni tornante, un po’ per l’abilità nel tratteggiare degli arrangiamenti capaci di portare linfa per molti versi inedita a queste sonorità, queste sono canzoni che non possono lasciare indifferenti e che trafiggono in egual misura viscere e cervello, posizionandosi tra le migliori cose sentite ultimamente. L’attacco, con un pezzo che si chiama come la band, è subito indicativo: si tratta di un surf-rock funambolico, con una chitarra elettrizzante ed una seconda parte che spiazza prendendo il volo grazie al sax alto imbizzarrito di Piero Bittolo Bon. A Country Concept si esplica tutta attraverso il suo nome, con una partenza astratta ed allucinata (in cui troviamo al dobro Gary Lucas, chitarrista alla corte sia di Captain Beefheart che di Jeff Buckley) ed uno sprofondare progressivo tra le maglie del più corposo desert rock. Classico immediato la successiva El Divino (romanticissimo tripudio d’archi, chitarre ed altro), dove per riportare alla luce le atmosfere western di Morricone, è stato chiamato a fischiare il celeberrimo Alessandro Alessandroni, presenza che poi ritroviamo anche in Bull Buster, uno dei pezzi più belli del disco, dove Stefana furoreggia come un novello Marc Ribot sia al banjo che alla chitarra elettrica. La sua sei corde si fa notare spesso nell’album, vedi ad esempio il solo torcibudella presente nella spettacolare cover di Ramblin’ Man di Hank Williams, cantata tra l’altro da un superlativo Bobby Solo, o il suo svisare sulla solida base ritmica di Jack Frost. Ma anche Gallo e De Rossi imprimono con forza la loro personalità in queste canzoni; il primo, ad esempio, scrivendo, arrangiando e suonando vari strumenti in uno dei brani più compositi e cangianti in scaletta, la meravigliosa e profumata di Mexico Danny Boy; il secondo palesando una fantasia ritmica in tutte le tracce, che così non si adagiano mai sui sentieri dell’ovvio. Un album spettacolare insomma, capace di stare in bilico tra il semplice piacere d’ascolto, che non viene mai a mancare, e la ricerca musicale brillante e a tratti ardita. Consigliatissimo!

Mp3 Guano Padano: Bull Buster [Audio https://takethesongsandrun.files.wordpress.com/2010/02/05-bull-buster.mp3%5D

My Space: Guano Padano

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